Hugh W. Diamond- Sull’applicazione della fotografia ai fenomeni fisiognomici e mentali della follia (1865)

Hugh W. Diamond

Sull’applicazione della fotografia ai fenomeni fisiognomici e mentali della follia (1865)

Le origini della fototerapia
Nota introduttiva a cura di Giada Carraro

Negli ultimi anni dell’età contemporanea nell’ambito dell’ArteTerapia si sono ampiamente sfruttate le potenzialità terapeutiche della fotografia, fa- cendo così parlare di FotoTerapia. Tuttavia, questa tecnica non può essere considerata una scoperta recente. Se è vero infatti che il potere terapeutico della fotografia ha ottenuto il suo riconoscimento ufficiale solo negli anni Settanta del Novecento – quindi dopo quella rivoluzione epistemologica che ha coinvolto ogni ambito del sapere – è altrettanto vero che le sue potenzia- lità erano già state colte in pieno clima positivista, quando essa fu messa al servizio dell’ambito medico-psichiatrico. Ed è stato proprio all’interno di un manicomio, il Surrey County Lunatic Asylum, che Hugh W. Diamond1 – “il padre della fotografia psichiatrica”2 – ha usato per la prima volta la fo- tografia con scopi di cura.
Nel 1848 Diamond era diventato Direttore del Dipartimento femminile del manicomio sopraccitato e vi rimase per almeno un decennio, sviluppando nel frattempo anche la sua passione di fotoamatore. In effetti, durante quel periodo dedicò vari articoli alla fotografia e dal 1852 al 1854 ne pubblicò alcuni sul periodico «Notes and Queries», tra i quali possiamo ricordare il saggio The simplicity of the calotype process, presentato nel novembre 1853 alla Royal Photographic Society. Inoltre, ci sono diverse testimonian- ze riguardo a un suo significativo contributo in quello che possiamo definire il processo di democratizzazione della tecnica fotografica. Nel 1853 alcuni fotoamatori scrissero al periodico citato ringraziando Diamond per aver reso accessibili al pubblico i risultati dei suoi esperimenti, mentre nel 1854 M. Faraday fu incaricato di consegnargli un premio in denaro proprio per questa sua onestà intellettuale.
Risale tuttavia al 1852 il suo primo contributo fotografico alla psichiatria, consistente in una serie di ritratti che illustrano i diversi «tipi d’insania» – “the types of insanity”3 – che egli aveva avuto modo di studiare all’interno del manicomio. Ma fu solo il 22 maggio 1856 che presentò ufficialmente una relazione alla Royal Society, esponendo le sue idee riguardo ai vantag- gi che la psichiatria poteva trarre dall’uso della fotografia. Dalle sue paro- le emergono sia la sua vocazione di psichiatra sia quella di fotoamatore, e proprio grazie alla congiunzione di questi suoi interessi egli è stato in gra- do di cogliere il potere terapeutico della fotografia, realizzando in un certo senso il primo vero progetto di fototerapia. All’interno del quale, tra l’altro, il paziente (o meglio la paziente, perché si tratta quasi sempre di persone di sesso femminile) non era considerato una semplice cavia, ma un individuo in grado d’interagire con la sua immagine fotografica – un presupposto che prende implicitamente le distanze da quanto, di lì a qualche anno, sarebbe avvenuto nei laboratori fotografici della Salpêtrière per opera di Charcot. Il caso Di Diamond dimostra comunque che, se le valenze terapeutiche della fotografia erano presenti fin dalle sue origini, per potersi affermare avevano però bisogno di un contesto culturale diverso da quello ottocentesco.
A maggior ragione, ciò che emerge tra righe dalla sua relazione alla Royal Society ne fa un documento prezioso che merita di essere ora qui ripropo- sto. E questo è stato reso possibile da Sander L. Gilman, il quale nel 1976 l’aveva riscoperta e pubblicata in lingua originale nel libro The face of Madness. Hugh W. Diamond and the Origin of Psychiatric Photography or- mai fuori commercio.

Hugh W. Diamond
Sull’applicazione della fotografia ai fenomeni fisiognomici e mentali della follia (1856)*

Chi si aspetterebbe mai, a priori, che una nuova scienza possa giungere a maturazione nell’arco di cinquant’anni. Eppure, nel campo della fotografia notiamo con piacere che le prime fatiche di Wedgwood, Davy e Young, risa- lenti all’inizio del nostro secolo, sono stati proseguiti con tale zelo da supe- rare le principali difficoltà teoriche di questa nuova scienza e da istituire le sue regole pratiche. Il fatto che io sia stato un compagno di lavoro di coloro i quali hanno ottenuto questi preziosi risultati sarà sempre fonte del piacere più grande, e penso che non sarà prematura la presentazione alla Royal So- ciety di una breve relazione sulla particolare applicazione della fotografia che ho potuto sperimentare grazie alla mia posizione al Surrey Asylum. L’indagine dei fenomeni della follia non può mai essere considerata di poco interesse in un paese che si è largamente adoperato per la cura dei disordini mentali. Il Metafisico e il Moralista, il Medico e il Fisiologo si accosteranno a tale indagine con le loro peculiari opinioni, definizioni e classificazioni. Il Fotografo, d’altro canto, in molti casi non avrà bisogno di nessun aiuto se non della propria lingua, e preferirà ascoltare, con l’immagine di fronte a sé, il silenzioso ma eloquente linguaggio della natura. È inutile, per lui, usare quei termini vaghi, come angoscia, tristezza, dolore, afflizione, melanconia, tormento, disperazione, che denotano una differenza d’intensità nella soffe- renza mentale; l’immagine parla da sé con grande forza e indica il punto esatto raggiunto nella scala dell’infelicità tra le prime sensazioni e il suo apice. Allo stesso modo, i mutamenti dell’ansia e delle passioni più doloro- se, rabbia e collera, gelosia e invidia (frequentemente concomitanti nella follia), rivelati dal fotografo, che li coglie dal vero, catturano l’attenzione dell’osservatore attento con maggiore forza di un’elaborata descrizione. Quali parole possono descrivere appieno le specificità della paralisi che ac- compagna un improvviso terrore senza speranza; il volto arrossato dall’ecci- tazione dell’ira cocente; i lineamenti contratti e la pelle raggrinzita ed esan- gue dalla livida rabbia? Eppure il Fotografo fissa con fedele accuratezza la manifestazione esteriore d’ogni passione, che è indice certo del disordine mentale interiore, e mostra all’occhio la ben nota sintonia tra il cervello ma- lato e gli organi e le fattezze del corpo.
Un manicomio offre molti esempi di delirio accompagnato da violenza e scelleratezza; in alcuni casi il delirio è accompagnato da un aspetto gaio e piacevole, e in altri da una costante depressione e dallo sconforto, o dalla deficienza di tutte le facoltà, accompagnati da sguardo assente e da una de- bilitazione generale. Il Fotografo cattura in un istante la tristezza permanen- te, o la bufera passeggera o il raggio di sole dell’anima, e in questo modo permette al Metafisico di vedere e tracciare la connessione tra il visibile e l’invisibile, tipica di un importante ambito delle sue ricerche sulla Filosofia della mente umana. Esquirol ha descritto in modo straordinario e preciso la specifica espressione di quello stadio di demenza caratterizzato da incoerenza, da mania croniche (di cui mostro due ritratti illustrativi)4, ma chi non ha mai visto questa mani- festazione della sofferenza umana, né direttamente né nella copia tratta dal- la vita, può a stento immaginare questo stato specifico della prostrazione mentale. Il Professor Heinroth offre una descrizione grafica dei fenomeni della follia delirante nei casi di massima intensità della malattia: nel primo stadio, os- serviamo la fronte contratta, le sopracciglia corrugate, i capelli irti e i bulbi oculari sporgenti, come se stessero per uscire dalle orbite; nel secondo sta- dio, non vi è nulla che possa essere paragonato all’espressione satanica del volto, e la manifestazione della perdita della ragione è alla sua massima in- tensità; nel terzo, infine, cessano le violente convulsioni, il volto è pallido e scarno, e la malattia si placa in una fatuità permanente. La Fotografia, come si evince dai ritratti che illustrano questo studio, confer- ma ed amplia questa descrizione, a tal punto da portarci a concludere che le registrazioni permanenti così ottenute sono, allo stesso tempo, le più concise e le più esaurienti. Ma il valore dei ritratti degli Alienati è considerevole anche da un altro pun- to di vista, cioè per l’effetto che producono sui pazienti stessi. Ho avuto molte occasioni per osservare tale effetto. In molti casi sono esaminati con grande piacere e, in particolare, quando mostrano i progressi e la guarigione dei gravi accessi di Aberrazione Mentale. Nel dettaglio, potrei fare riferimento ai quattro ritratti [vedi Tavola 14] [fig. 1] che rappresentano diverse fasi del caso della stessa giovane: da quello stadio della mania caratterizzato dai capelli rizzati, la fronte corrugata, lo sguardo fisso e inquieto, e le labbra socchiuse, come se la respirazione fosse dolorosa, non si passa, tuttavia, ad uno stadio nel quale nessuno avrebbe potu- to ammansirla ma, per fortuna, a stadi di minore eccitazione e alla guarigione perfet- ta. Nel terzo ritratto l’espressione è tran- quilla e accompagnata da un sorriso di me- stizia, invece che dalla spaventosa risata propria della follia; i capelli ricadono natu- ralmente e solo la fronte conserva tracce, anche se lievi, dell’agitazione mentale. Il quarto mostra una calma perfetta. La sven- turata è guarita. Questa paziente non poteva credere che il suo ultimo ritratto, rappresentandola vestita e nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, fosse stato preceduto da qualcosa di così ter- ribile; e non smetterà mai, con queste fedeli testimonianze tra le mani, di esprimere i più vivi sentimenti di gratitudine per una guarigione così sor- prendente e inaspettata. Penso che il Cappellano del nostro Manicomio mi appoggerebbe se, tramite questi ritratti, mostrassi una verità morale che, se comprendo correttamente, equivale a questo: che la religione può raggiun- gere quei cuori che sono chiusi ad ogni altra influenza, che può attenuare e conquistare temperamenti che altrimenti potrebbero restare intrattabili e fe- roci; e che con questo, in aggiunta a tutti i suoi altri e più alti meriti, afferma il diritto ad essere considerata la grande civilizzatrice dell’Umanità.
Non è nei miei propositi alludere all’utilità della Fisiognomica Fotografica nell’illustrare le varie manifestazioni della sana capacità intellettuale, come mostrato dai diversi calchi dei volti dei Filosofi, dei Matematici, dei Poeti, etc. Ma possiamo dire che lo studio della Fisiognomica è altrettanto neces- sario quando traccia i lineamenti specifici delle diverse malattie mentali nel loro inizio, nello sviluppo e nella guarigione. Non è senz’importanza neppu- re da un punto di vista sanitario, poiché molte volte l’occhio esperto del me- dico può percepire l’attacco imminente e mitigarne la violenza con rimedi e misure preventive.
Ci sono comunque casi in cui le accortezze e le cure più attente sono vane; fu questo il caso dell’infelice paziente di cui riporto un piccolo ritratto. Non è possibile esaminarlo senza profondo interesse ed è così descritto da Ernest Lacan di Parigi:

Gli occhi sono catturati dal ritratto di una donna tormentata dalla monomania suici- da. Questa donna, di età matura, nel fiore della giovinezza deve essere stata piuttosto affascinante. Poi giunse la sventura, e con essa la malattia, ma i suoi lineamenti non hanno perduto la bella compostezza. Tuttavia, quale tristezza, quanti lamenti, quante delusioni rivelano quegli occhi! Quali preoccupazioni, quali pensieri morbosi e pro- getti infausti sono scritti su questa fronte grinzosa… Quante lacrime, asciugate a stento, indugiano su queste guance raggrinzite. Quanto rancore e dolore represso, quanti singhiozzi soffocati hanno riempito questa bocca, il cui sorriso deve essere stato così grazioso nel passato!Se l’espressione di disperazione impressa su questo volto pallido non mostrasse una profonda repulsione per la vita e l’onnipresenza dei pensieri morbosi, l’estesa cica- trice che questa sventurata porta sulla gola rivelerebbe comunque tutto ciò. Questa fotografia è un dramma commovente5.

Dopo questa descrizione, quasi profetica nei suoi termini, non sorprenderà se dichiaro che questa paziente, in seguito a molti ingegnosi ma vani tentati- vi, ha infine realizzato il suo fatale obiettivo, e la Fotografia ha registrato l’ultimo momento del terribile dramma. Di quest’ultima immagine, Lacan dice:

Questa fotografia fornisce molto materiale per lo studio e la riflessione. Il volto della donna, contratto quando ella era in vita, ha riacquistato serenità nella morte. La cal- ma ha preso il sopravvento su questi lineamenti, che poco prima erano scossi così violentemente; gli occhi semiaperti, la bocca quasi sorridente, sembrano esprimere la soddisfazione di un desiderio appagato. È un sintomo finale della sua malattia, o forse la ragione che fa ritorno nell’ora della morte, a dare a questa donna disgraziata la sensazione di essere finalmente libera da una vita di miseria e di dolore? Solo la scienza può rispondere… 6

In contrapposizione a questa storia melanconica, accennerò con piacere a un caso in cui la Fotografia ha portato a un’indubbia guarigione. A. D., di anni venti, entrò in cura da me nell’agosto del 1854, essendo stata da poco dimessa dal Bethlem Hospital, ancora malata, dopo un anno di rico- vero. Le sue allucinazioni la portavano a credere di possedere una grande ricchezza e un rango elevato, da regina. Perciò considerava ogni occupazio- ne come un affronto al suo decoro. Desideravo avere i ritratti delle diverse pazienti che si immaginavano Regine o membri della Famiglia Reale, e uno di essi, in cui la donna compare in una posa superba, con una fascia o un “diadema” attorno alla testa, è collocato per primo nella sequenza7. Dovetti comunque ricorrere a molta persuasione per convincere la Regina, A. D., a concedermi l’onore di una seduta fotografica. Le raccontai che era mio desi- derio scattare ritratti di tutte le Regine che avevo in cura, e ricordo il di- sprezzo con cui osservò: «Regine, certo!! E come conquistano i loro titoli?». Esattamente come lei, replicai. Li immaginavano. «No!», disse bruscamente, «Io non immagino simili sciocchezze. Loro sono da compatire, ma Io sono nata Regina». Il suo successivo divertimento nel vedere i ritratti e le fre- quenti conversazioni in merito rappresentarono il primo passo decisivo del suo graduale miglioramento: circa quattro mesi fa è stata dimessa completa- mente guarita, e rideva di cuore delle sue passate fantasie.
I ritratti illustrativi ai quali non ho accennato nel particolare – cioè l’esem- pio di melanconia, nel quale anche le mani parlano il linguaggio della me- lanconia, il tipo di Mania Epilettica e alcuni dei ritratti più piccoli – raccon- tano per la maggior parte la loro storia, con l’eccezione, forse, della straordi- naria illustrazione della catalessi, mostrata dalla paziente seduta su una pol- trona, con il busto ben eretto, le mani all’altezza degli occhi, le braccia rigi- de e l’intero volto segnato dalla morte. In questa posizione, o in ogni altra nella quale veniva collocata, restava immobile e apatica per ore.
I ritratti dell’Alienato sono preziosi per i responsabili dei Manicomi nei casi di nuovo ricovero. È ben noto che i ritratti dei carcerati spesso sono stati di grande utilità per catturare gli evasi, o per trovar prova, con poca spesa e maggiore certezza, di una condanna già avvenuta. Allo stesso modo, i ritratti degli Alienati che vengono ospitati nei Manicomi per ricevere protezione forniscono una rappresentazione chiara della loro condizione in caso di un nuovo ricovero, dopo una guarigione e un’assenza temporanee. Un ritratto del passato ha più valore nel richiamare alla mente il caso e la cura di qual- siasi descrizione verbale possa aver mai redatto.
In conclusione, diremo che la Fotografia dà permanenza a questi casi note- voli, esemplari di una certa classe, li rende visibili non solo ora ma per sem- pre, e offre una testimonianza perfetta e fedele, libera da quelle penose caricature che deformano quasi tutti i ritratti dell’Alienato resi pubblici, così da renderli pressoché di nullo valore sia per gli scopi dell’arte sia per quelli della scienza.

* Hugh W. Diamond, On the Application of Photography to the Physiognomic and Mental Phenomena of Insanity, in S. L. Gilman, The Face of Madness. Hugh W. Diamond and the Origin of Psychiatric Photography, Brunner-Mazel, New York 1976. La traduzione italiana è a cura di Giada Carraro.

1 Le informazioni riguardo al ruolo rivestito da H. W. Diamond sia nell’ambito clinico che fotografico sono state riprese da S. L. Gilman, The face of madness. Hugh W. Diamond and the origin of psychiatric photography, Brunner-Mazel, New York 1976, pp. 5-16.
2 Ivi, p. 5.
3 Ivi, p. 7.
4 Diamond durante l’esposizione orale ha mostrato delle immagini fotografiche non ancora identificate (N.d.T.).
5 Il passaggio originale è in francese (N.d.A.).
6 Il passaggio originale è in francese (N.d.A.).
7 Anche in questo caso H. W. Diamond deve aver mostrato delle immagini fotografiche non ancora identificate (N.d.T.).

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