Fabio Groppi – Pensieri ed emozioni dai luoghi di cura nell’immaginario moderno e nei miti antichi

Fabio Groppi*

Pensieri ed emozioni dai luoghi di cura nell’immaginario moderno e nei miti antichi

Pensiero e passato

Narra il mito che Asclepio, figlio di Apollo e di Coronide, salvato dal padre dal grembo della madre morente e da lui affidato al gigante Chirone, fosse da questo cresciuto nella conoscenza dell’arte di curare. Arte che, da adulto, continuò ad onorare preferendola all’arte del combattimento e della guerra. Abile e capace, diventò conosciuto e cercato, e divenne il padre riconosciuto della medicina. Fra i suoi successori si annovera anche il più noto Ippocrate. I santuari in suo onore, Asclepiei, erano generalmente “costituiti da una fon- te o un pozzo circondati da un bosco sacro, e dalla clinica, chiamata adyton” (Morelli).
I pazienti venivano curati con le conoscenze del tempo: erbe, calore, sempli- ci ferri chirurgici. Ma l’ingrediente principale e fondamentale sembra fosse il sonno, o meglio, il sogno, indotto forse anche da erbe, che i pazienti vivevano dormendo nel riposo dell’adyton stesso, spesso un locale sotterraneo (metodo dell’incuba- zione). Perché la terapia fosse realmente efficace, il paziente dormendo do- veva sognare la propria cura, meglio ancora se riusciva a sognare il Dio Apollo che gli diceva quale era la cura migliore per lui.
Al risveglio, molti pazienti riferivano di stare meglio o comunque erano pronti per sottoporsi alla cura sognata. Sembra che tutto questo qualche suc- cesso lo ottenesse, tant’è vero che nell’antica Grecia numerosi erano i san- tuari Asclepiei e che questo mito soppiantò nell’antica Roma quelli di Italica origine, in corrispondenza della liberazione della capitale dalla peste, sem- bra proprio per opera di Asclepio approdato nell’isola Tiberina sotto forma di serpente.
Asclepio nelle rappresentazioni antiche è raffigurato come un uomo maturo con un bastone ed un serpente ad esso attorcigliato; il serpente ed a volte an- che il cane erano considerati animali curativi tramite la loro lingua ed il loro leccare le ferite.
D’altra parte è vero che una piccola dose di veleno può avere effetti terapeu- tici e che i farmaci in generale a certe condizioni hanno anche un effetto tos- sico. Il mito già ci indica l’attenzione necessaria nell’introdurre nel corpo sostanze che se combattono la malattia comunque possono danneggiare anche il paziente stesso. Il serpente che cura leccando indica la cautela necessaria negli interventi di cura. Il fatto che la cura fosse più efficace se il paziente stesso la sognava non può non farci pensare alla necessità della motivazione ed convinzione del pa- ziente nella cura appunto, anche oggigiorno, ed alla loro efficacia terapeuti- ca.
Ma il mito ci dice qualcosa di più profondo: dice che il luogo di cura deve richiedere, ma anche permettere, al paziente di sognare la propria cura, il proprio benessere, di sentirsi non solo partecipe ma anche coinvolto in pri- ma persona nella progettazione – diremmo oggi – della cura.
Questo non vuole naturalmente significare la conoscenza degli aspetti tecni- ci, specifici, clinici che solo al personale di cura pertengono. Significa non solo essere informato ma anche avere il tempo per mentalizza- re le informazioni ricevute, farle proprie, interiorizzarle.
Significa non sentirsi un soggetto che è in balìa o della malattia o dei curan- ti. La conoscenza anche profonda della propria cura, anche della propria malat- tia, permette sicuramente al paziente, anche se piccolo, di parteciparvi come soggetto che non solo riceve ma anche come soggetto che pensa la cura. E noi sappiamo che ciò che può essere pensato non solo è meno inquietante ma diventa un fattore che mobilita e orienta le forze e gli sforzi.
Continuare a poter sognare e pensare, anche nei momenti critici della nostra vita, è indispensabile per ”mantenere viva la continuità positiva dell’espe- rienza” (Pajno-Ferrara) senza la quale la trama delle nostre emozioni e affet- ti subisce una lacerazione anche profonda.

Pensiero e futuro

L’emozione è sempre la conseguenza di una valutazione cognitiva, nel senso più ampio del termine, valutazione portata a termine con le strutture cono- scitive, l’esperienza, possibili in quel momento. L’essere umano vive cercando di anticiparsi il futuro, per prepararsi ad af- frontarlo, seppur per sommi capi. La costruzione delle aspettative anticipa- tore è intessuta di processi psichici, di parti del mondo interno, dell‘espe- rienza passata, di aspettative ed anticipazioni assorbite dagli altri, il tutto ar- monizzato come possibile in quel momento, mantenendo contraddizioni, il- logicità, polarizzazioni opposte.
Anche per questo il rapporto con i medici, con gli infermieri, con i curatori in generale è intriso di speranza e fiducia ma anche ambivalenze e conflit- tualità. D’altra parte anche Asclepio aveva ricevuto in dono da Atena due fiale del sangue della Gorgone Medusa: quella estratta dal lato sinistro faceva resu- scitare i morti, quello estratto dal lato destro dava la morte istantanea. L’am- bivalenza, il conflitto, il rischio che si incontrano nel prendere le decisioni cliniche erano già state intuite nel mito originario ed espresse in forma simbolica. In generale le nostre aspettative anticipatorie degli avvenimenti sono ricche e articolate, prevedendo vari possibili sviluppi, per questo potenzialmente contraddittorie. La polarizzazione, diversificazione delle diverse tonalità emotive intessute nelle aspettative di un evento sono amplificate, esasperate, irrigidite, rese più instabili della quantità di incertezza percepita nella svi- luppo degli avvenimenti futuri e del tipo d’angosce sollecitate, e dalla realtà e dal mondo interno fantasmatico. Con questo ultimo termine, fondamentalmente una metafora, si intende il luogo di noi stessi dove nascono, vivono, mutano e risorgono rappresenta- zioni interiori composte da idee, emozioni desiderate e temute, considera- zioni di varia natura, le cui origini stanno nelle profondità dimenticate o non ancora pensate della nostra vita emotiva, scarsamente sotto il controllo dei nostri processi di elaborazione intenzionale, e che proprio per questo spesso si comportano come degli “esseri interni” che hanno quasi vita autonoma. Queste rappresentazioni sono tanto meno formali quanto più sono vissute precocemente. In particolare gli eventi di danneggiamento del corpo o deterioramento della salute, reali, fantasmatici o immaginati, sollecitano vissuti privi di rappre- sentazione formale che sono chiamate angosce di morte, di frammentazione, di deterioramento che sono fra la più arcaiche ed intense per l’essere umano. Le reazioni emotive, si diceva, sono conseguenza d’una valutazione cogniti- va, nel senso più ampio del termine, di una situazione o evento. Se questo è valutato, atteso, vissuto come pericoloso, o anche solo immagi- nato tale, e anticipato, o supposto, o sospettato, l’angoscia si attiva nell’indi- viduo per prepararlo ad affrontare il pericolo, generando chiusura, irrigidi- mento, sospetto, diffidenza, scarsa disponibilità. Le persone che aiutano bambini e bambine ad anticipare più o meno corret- tamente gli eventi sono naturalmente gli adulti importanti. L’importanza deriva e dal legame affettivo e dal potere vero o supposto che gli adulti hanno nel poter influenzare e modificare la vita dei bambini. Cura- re malattie, prendersi cura del corpo, dare la vita, scatenare forza all’interno del corpo altrui; quale potere più grande può fare presa nei bambini e bam- bine? Anche perché lo sbaglio dà la morte, peggiora il male, scatena forze incon- trollate dentro al corpo altrui. Il medico sostiene una battaglia contro il male del corpo, vittorie e sconfitte appartengono a lui ma le conseguenze dirette ricadono sul paziente, piccolo o grande che sia. È evidente il collegamento nell’immaginario culturale con le figure dei ma- ghi, stregoni, fate e streghe che popolano il nostro immaginario: Il potere di evocare forze vitali e invisibili, di gestire strumenti, fuori dalla vita quotidia- na, in spazi riservati. Il paziente anche piccolo si avvicina quindi sempre con timore e fiducia, spesso costretto, con aspettative magiche e fantasmatiche, con timori attuali e paure del passato, ansie reali e angosce primitive. Quali fra queste prenderanno il sopravvento dipende da molti fattori, non ul- tino le relazioni paziente – curanti.
Sono soprattutto queste le angosce che, ravvivate, alzano il livello di soffe- renza, abbassano la soglia del dolore, attivano risposte ed ansie anticipatorie esasperate, imprigionano la disponibilità a collaborare; angosce di morte, come si diceva poc’anzi, più dettagliatamente di disgregazione (mi sento in pezzi non ricomponibili), depersonalizzazione (mi sento non come una per- sona), de realizzazione (non sento un progetto di vita del quale sono parteci- pe) (Crocetti).
Angosce che provocano la regressione dell’organizzazione di personalità e del funzionamento dei processi psichici di difesa dalle emozioni e dai vissu- ti; tutto questo si predispone e si prepara, realizzandosi poco o tanto secondo le svolgersi degli avvenimenti.
Alcune condizioni accentuano e favoriscono il crescere dell’angoscia: un contesto ambientale anonimo, freddo, depersonalizzante (sono ancora una persona?). Relazioni tecniche, plurime, senza integrazione, disgreganti (sarà possibile mettere insieme queste parti? O sono io che sono a pezzi?). La mancanza d’una comunicazione chiara inerenti gli sviluppi delle cure e de- gli interventi, derealizzanti (non so come sarà il mio futuro, forse perché nessuno lo può sapere).
Tutti gli adulti intorno hanno il potere di costruire una esperienza che sia il meno traumatica possibile, che meno possibile interrompa “la continuità po- sitiva dell’esperienza” (Pajno-Ferrara) e permetta di non sentirsi strappato dalla propria regolarità di vita come strappato dal flusso della vita stessa. Ma soprattutto il personale paramedico ed i medici sono i veri depositari del po- tere di orchestrare una nuova e – per quanto possibile -armonica integrazione fra gli eventi di vita del paziente.
Sappiamo bene come contesti istituzionali negativi come organizzazione del lavoro e condizioni di lavoro frustranti possano influenzare e ostacolare la realizzazione di un lavoro professionale completo, ricco, integrato, che fati- ca così a tenere dentro accoglienza e partecipazione al di là delle migliori in- tenzioni.
Ma quello che preme sottolineare è come il piccolo paziente può vivere l’o- spedale nel suo complesso e l’esperienza di ricovero in esso, come possa di- venire angosciante e traumatica piuttosto che accogliente e di sostegno, sfa- vorendo piuttosto che favorire l’efficacia terapeutica delle cure.
E quale potere “di permettere ancora di sognare e sognarsi” detengono i cu- ranti, al di là dell’aspetto tecnico clinico in senso stretto. D’altra parte continuare ad esistere è proprio poter continuare a pensare, so- gnare, giocare, anche: “Gli esseri umani sono fatti della stessa sostanza di cui sono intessuti i sogni” (Shakespeare).
E, come afferma parte della grande riflessione pedagogica che onora il no- stro paese “… ciascuno cresce solo se sognato” (Dolci, Poesia diversa). Ma è anche vero che ognuno cresce se può anche sognarsi, sognare sé stesso, e questo è tanto più importante quanto più siamo immersi in un momento cri- tico della nostra vita.
È importante aiutare gli alti a crescere “.. sognando gli altri come ora non sono.. “ (Dolci, Poesia diversa) ma anche permettere loro pian piano di po- ter sognare sè stessi, nel tempo.
Sappiamo bene tutti quanto sforzo molte persone impiegate in varie forme nel lavoro e nell’impegno nei reparti ospedalieri facciano proprio per per- mettere ai pazienti, soprattutto se piccoli, di continuare a giocare, a sognare, a vivere e viversi.
Ma non dimentichiamo che queste sono conquiste relativamente recenti, im- pensabili non troppi anni fà dall’interno di un atteggiamento di chi, detenen- do il “potere di curare”, pensava al paziente solo come un oggetto di cure, anche se ottime.
Un atteggiamento anacronistico, se nemmeno nell’antica Grecia e nella not- te dei tempi, dove i miti sono stati sognati, e gli dei si sono lasciati sognare, agli albori della nascita della splendida arte medica, era apprezzato.

*Psicologo, Psicoterapeuta della Cooperativa Sociale “Le Mani Parlanti Sognare è un pò curare”.

Bibliografia

Crocetti G., Legami imperfetti, Armando, Roma 1997.
Crocetti G., Pallaoro G., Manuale di pratica clinica e teorica della tecnica, Armando, Roma 2007.
Graves R., I miti greci (1955), Longanesi, Milano 1983.
Dolci D., Poesia diversa.
Morelli A., Dei e miti, Fratelli Melita, La Spezia 1989.
Vallardi A., Dizionario di mitologia classica, Garzanti, Milano 1992.
Ramorino F., Mitologia classica illustrata, Hoepli, Milano 1988.
Pajno-Ferrara F., Il neonato ed il dolore, cosa resta nella sua memoria?, Colloqui di Giocamico, Parma 2005.

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