Carla Villagrossi – Arte reclusa

Carla Villagrossi

“Arte reclusa”.
Silvana Crescini arteterapeuta presso il laboratorio artistico dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere*

Il contesto

L’O. P. G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) accoglie i soggetti che presentano disturbi psichici e che hanno commesso reato. Le posizioni giuridiche sono diverse: prosciolti per incapacità di intendere e volere al momento del reato e dichiarati socialmente pericolosi; condannati con vizio parziale di mente e dichiarati socialmente pericolosi; imputati e detenuti che vengono sottoposti a osservazione psichiatrica; condannati in grado di intendere e di volere al momento del reato che durante l’esecuzione della pena sono colpiti da infermità psichica.
L’O.P.G., già Manicomio Criminale, già Manicomio Giudiziario, trae le sue origini dalla fusione di due istituzioni totali, carcere e manicomio, utilizzate dalla società come tutela e correzione delle forme più gravi di devianza. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia sono: Montelupo Fiorentino, Aversa in provincia di Caserta, Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, Reggio Emilia, Napoli e Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Castiglione è l’unico femminile attivo, ospita circa 70/90 donne e 100 uomini. L’unicità della struttura mantovana è dovuta alla comunanza di maschi e femmine, i quali grazie alla movimentazione interna possono incontrarsi e frequentare attività comuni. L’O.P.G. di Castiglione nasce da una convenzione tra Ministero Grazia e Giustizia e Istituti Ospedalieri, ha una conduzione prettamente riabilitativa, tutto il personale è sanitario: medici, psichiatri, psicologi, infermieri, educatori, assistenti sociali, personale ausiliario.
È collocato all’interno di un enorme parco alberato, situato su un colle morenico a pochi chilometri dal lago di Garda.

L’atelier di pittura

L’atelier di pittura dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere nasce nel febbraio del 1990, quando il direttore in carica Vito Teti propone a Silvana Crescini, dipendente amministrativa dell’Azienda Sanitaria locale, e pittrice autonoma, di organizzare un corso di educazione artistica rivolto ai pazienti ricoverati nell’Istituzione Giudiziaria. Il lavoro della Crescini inizia con alcune lezioni centrate sulle produzioni dei grandi maestri d’arte del passato, propone esercitazioni sulla copia dal vero e percorsi di conoscenza e uso del colore. Progetta la realizzazione di murales, enormi produzioni collettive anticipate da spiegazioni preventive sulle tecniche dell’affresco e dello strappo. Le tecniche proposte dalla Crescini nei primi anni di attivazione del laboratorio vengono successivamente tralasciate a favore della libera espressione individuale, dell’immediatezza della comunicazione grafica e pittorica. I risultati dell’approccio libero alla pittura sono per la Crescini talmente significativi da diventare in breve tempo la modalità caratteristica della sua conduzione.
Mentre si susseguono e diventavano stabili gli incontri con la pittura presso l’atelier, Silvana Crescini apre una rete di contatti con realtà analoghe: visita laboratori di pittura inseriti in altri contesti psichiatrici, conosce le opere esposte al museo de l’Art Brut di Losanna e quelle dell’Aracine a Lilla. Inizia molto presto a portare fuori dall’Istituto le opere dei ricoverati, favorendo la partecipazione alle esposizioni e agli eventi culturali. Inoltre Silvana Crescini fonda l’Associazione “Alce in Rosso” per tutelare le opere dei pazienti e dare i proventi delle vendite agli autori. Attualmente è la rappresentante per l’Italia dell’Outsider Art in Francia e a Bruxelles, a Parigi incontra i conduttori di atelier fornendo un aggiornamento sulle loro competenze.

L’ambito delle arti terapie

La situazione italiana presenta a tutt’oggi una realtà variegata con esperienze che si caratterizzano nelle diversità socio-culturali locali. Arte terapia in Italia evoca un’ampia libertà di scelta, in un certo senso è un concetto contenitore che accoglie esperienze distinte che in misura diversa enfatizzano il polo estetico rispetto a quello terapeutico. Secondo lo psichiatra Giorgio Bedoni questo è un bene; la situazione italiana non è patrocinata dai modelli rigidi che in altri paesi hanno creato situazioni paradossali riducendo la disciplina a caricatura dell’arte e della terapia (G. Bedoni, Arte e psichiatria).
La posizione di Silvana Crescini rispetto all’ampio panorama delle arti terapie sembra essere molto vicina ad alcuni pionieri che negli anni quaranta e cinquanta sperimentarono la terapia applicata al medium artistico: – l’artista Edward Adamson che nel 1946 intraprese un lavoro con soggetti psicotici privilegiando una metodologia non intrusiva in grado di liberare il processo creativo, lasciando in secondo piano la storia dei singoli pazienti e ogni forma di interpretazione. La sua prestigiosa art room offriva un contenimento alle angosce psicotiche dei pazienti istituzionalizzati presso il Netherne Hospital nel Surrey avvantaggiando la dimensione artistica rispetto alla visione psicoterapica.
– la psicoterapeuta inglese di formazione junghiana, Irene Champernowne, la quale sperimentò in una comunità terapeutica nel Devon, un sistema di accesso facilitato ai livelli inconsci dell’esperienza attraverso le attività espressive. Solo le figure femminili erano in grado, secondo l’analista, di ascoltare l’anima “che è femminile” e quindi adeguate a ricoprire le funzioni di midwife, levatrice, nella valorizzazione delle risorse creative.
– Margaret Naumburg fondatrice dell’Art Therapy negli Stati Uniti che considerò la casa dell’arte il setting privilegiato nel quale potevano alternarsi vari livelli di linguaggio: pre-verbale, verbale, iconico. In questa prospettiva l’oggetto estetico diventa l’equivalente del sogno, un contenitore di emozioni che permette forme particolari di comunicazione tra il paziente e il terapeuta.
Per Silvana Crescini esiste un fattore implicito di autocura che si sviluppa nella pratica creativa e che riguarda coloro che sanno coltivare una passione. Lo specifico terapeutico dell’arte viene inteso come un particolare campo di comunicazione che si crea tra autore, opera e il conduttore. Rimane scostata la dimensione curativa intesa come attivazione di un complesso di misure per eliminare le malattie, rimuovere i sintomi e prevenire eventuali complicazioni. Silvana Crescini non vuole porsi in una situazione squilibrata nella quale esiste un curante e un paziente da medicare, non c’è una dimensione di statica disparità che si struttura nella dipendenza. La terapia applicata alla creatività, dice Michel Thévoz non può cercare di arruolare gli impulsi asociali attraverso un contenimento ortopedico: “La terapia agisce neutralizzando quello che c’è di asociale nell’arte o di artistico nell’espressività”. In sostanza l’opera non può piegarsi agli scopi della clinica (M. Thevoz, Requiem pour la folie).

Silvana Crescini: un percorso di sapienza femminile

La pratica è il fondamento degli interventi di Silvana Crescini, si tratta dell’agire qualificato nella consapevolezza e nella riflessione che ogni cambiamento si verifica a partire da sé. È una pratica che provoca trasformazioni silenziose affidate alla dimensione dell’ascolto e alla disponibilità. Lontana dall’impersonale, il suo è un rapporto “vivente” quindi sempre dimensionato al suo sentire, al suo intuito inteso come capacità di guardare dentro, capacità di afferrare nell’immediato una realtà. Senza affidarsi a saperi prestabiliti, ai linguaggi formalizzati, alle teorie prestabilite che possono provocare chiusure. L’intuizione e l’esperienza la guidano, sempre pronta a cogliere il breve istante in cui la forma può manifestarsi, prima che possa scomparire con grande facilità.
L’inclinazione verso il pensiero legato all’esperienza trova nella letteratura femminile una fonte di ri-significazione, un’energia fondante portata alla luce e messa in risalto da numerose scrittrici (Annarosa Buttarelli, Diana Sartori, Luisa Muraro, Chiara Zamboni) che fanno parte di DIOTIMA la comunità filosofica femminile nata nel 1984 presso l’Università di Verona. La pratica di partire da sé significa attenzione verso il presente, riformulazione della soggettività, agire inteso come mediazione fondamentale: un ritorno ai vissuti nel loro farsi, un percorso di conoscenza che si sottrae alle contrapposizioni iscritte nel simbolico dominante. Sono dirompenti testimonianze relative ai saperi che si formano nell’attitudine femminile di partire da sé (Diotima, La sapienza di partire da sé).
La pratica rimane irriducibile, non completamente riportabile alla parola. Diana Sartori precisa questa difficoltà a comunicare i caratteri connaturati alla pratica: il silenzio, l’invisibilità, la muta funzionalità. Il sapere pratico diventa un sapere incorporato, inscindibile dal soggetto, emanciparlo dal maestro è possibile solo nella condizione in cui diventi per l’altro (l’allievo) a sua volta un sapere incorporato, nuovamente unico quindi diversificato rispetto all’originale. L’allievo deve diventare lui stesso inventore, creatore, artista di quella pratica. Secondo la conduttrice dell’atelier “ognuno deve trovare la sua strada” non esiste un metodo Crescini da copiare e trasferire direttamente. La conoscenza tacita deve essere rivissuta nella soggettività. Come scrive Diana Sartori, “si può stare vicino ad una grande maestra per anni senza potersi impadronire del suo segreto”. E ancora: “all’interno del campo ampio delle pratiche, si dovrebbe essere artisti” (D. Sartori, Diotima. Il profumo della maestra).

L’esperienza della mancanza

Vivere al cospetto della malattia mentale significa vivere l’esperienza della mancanza intesa come perdita, assenza, deprivazione, insufficienza, vuoto, crisi, esclusione. Per molti pazienti una situazione di conflitto è rappresentata da una forte dominante infantile che li deresponsabilizza (la richiesta di responsabilità viene indirizzata unicamente nei confronti dell’adulto). La condizione ufficializzata dei pazienti reclusi è proprio quella della mancanza di responsabilità che si formalizza nell’incapacità di intendere e volere.
In ognuno di essi sembra essere presente un bambino ancora molto attivo, un bambino che si sente mal curato, abbandonato e tradito, che si agita in loro; un bagaglio ingombrante che si svela nel linguaggio, nelle azioni, nelle attività espressive. Il puer sofferente è accolto nella dimensione creativa da Silvana Crescini che sembra volerlo accudire in modo straordinariamente femminile, vuole farlo crescere mettendo a sua disposizione non solo la condizione riparativa, ma anche quella creativa. Accogliere la loro incertezza che si manifesta nella difformità e nel caos aiuta la forma a emergere con qualche manifestazione di certezza.
Preparando uno spazio sgombro, privo di ogni sapere costituito, svuotando e liberando la propria condizione mentale, la Crescini si rende ricettiva e offre spazio ai messaggi di altri. Questa condizione di spazio vuoto disponibile è una condizione favorevole a cui i pazienti possono ricorrere. Annarosa Buttarelli conferisce un senso inedito a questa condizione chiamandola “tabula rasa”, intendendo con questo la capacità di creare un vuoto dentro di sé privo di garanzie culturali e certezze acquisite in modo da poter affrontare i nuovi inizi. “Tabula rasa crea quel vuoto di sapere che lascia passare ciò che non sono già io, dato che in questo “già” trovo tutto il riempimento, cioè tutto l’ingombro di ciò che ho appreso e studiato, leggendo, vivendo attraverso quello che altri e altre hanno detto e fatto”. Questa capacità di stare nella mancanza apre un vuoto di sapere nel quale è chiamato a circolare il cambiamento di sé, ma anche l’evoluzione dell’altro. Si tratta di una tabula rasa imparentata con l’empatia di origine femminile, con la fiducia che nell’incontro si crei quel vuoto di sapere di noi (A. Buttarelli, Diotima. Approfittare dell’assenza). Silvana Crescini chiama questa apertura, questo spazio di disponibilità privo di sovrastrutture, “amore”. Amore è una forza, che governa gli ambiti relazionali e non solo quelli sentimentali, amore è anche una parola snaturata, espulsa dalla vita pubblica, una parola che le filosofe di Diotima hanno voluto riguadagnare e porre in luce valorizzandone l’energia dirompente. Amore agisce indipendentemente da noi, è qualcosa che non governiamo, che vive la condizione della mancanza che esorta a cercare, è un movimento necessario che diventa creatore. La risoluzione amorosa crea, sostiene, evita di recidere. Rappresenta un passaggio all’avvenimento di essere: l’essere che mobilitato dalla carenza, viene e torna a fluire e a regalarsi, come se fosse l’inizio del mondo. Per amore la Crescini sta in presenza di “esclusi”, allontanati che rientrano nella categoria degli assenti, ma non sono in nessun modo inesistenti: “L’inesistenza, infatti, non si può dedurre dall’assenza dell’escluso, al quale è stato impedito di venire all’appuntamento della dimostrazione della sua esistenza” (L. Muraro, Diotima, Approfittare dell’assenza).
Stare in presenza della mancanza nel contesto dell’O.P.G. significa stare non solo in presenza della sofferenza, ma anche stare nel mondo invisibile, celato al sociale, un mondo che chiede di essere trovato e ascoltato, di essere reso manifesto. L’obiettivo della Crescini è quello di rendere visibile la materia inerte, ferma e muta aiutandola a prendere forma. Far prendere all’invisibile la via della visibilità mediante l’azione pittorica mette in movimento la materia.

Tracce di identità

Il vivere in una situazione immersa nella patologia psichiatrica significa avvicinarsi in modo radicale alla dimensione di spaccatura con l’ordine socialmente condiviso e con tutte le norme, i codici, le regole di cui questo sistema sociale è portatore. Silvana Crescini sembra piuttosto favorevole ad aprirsi ai contenuti caotici, con una modalità di accettazione che alla fine risulterà terapeutica. La Crescini non oppone la sua interpretazione logica della realtà a quella illogica del paziente, c’è accettazione condivisa. Il paziente non deve così ribadire i suoi deliri inascoltati, può procedere, andare oltre. Accogliendo presso di sé il delirio dell’altro viene mostrato al paziente che vi può essere sopravvivenza al contenuto delirante.
Silvana Crescini attraversa senza implicazioni gravose il tema dell’identità in un contesto che ne presuppone la disgregazione e la perdita. Il senso di sé impegna la vita dei “normali” in un processo difficoltoso di “costruzione/autoaccettazione”, per usare le parole di Giovanni Jervis, un percorso che occupa il soggetto nel corso della sua esistenza. L’identità appare nitida nel momento in cui intreccia due operazioni complesse e diametralmente opposte: la separazione e l’assimilazione (G. Jervis, La conquista dell’identità).
Nel mondo sommerso della psichiatria sembra piuttosto regnare un flusso continuo e una fantasmagoria di connessioni. Incontrare il malato mentale recluso significa incontrare questa molteplicità e questo flusso, radicati nell’incompletezza e nella precarietà. Il passato che emerge è un trascorso di sofferenze inascoltabili, che si configura nell’individualità del folle che ha ucciso o ha cercato di uccidere. Come si può difendere questa particolarità? Come si può autoaccettare un passato così intollerabile? Allora è più facile che emergano i surrogati di realtà e i frammenti di vita collocabili nel passato. Non vi sono rappresentazioni del trauma (reato che ha condotto al Giudiziario) da parte di qualche paziente, non c’è ricostruzione della scena del delitto o riferimenti espliciti all’evento criminoso. Scrive Winnicott sulla ricostruzione dell’identità: “La creazione compiuta non risana mai la sottostante mancanza del senso di sé” (D.Winnicott, Gioco e realtà). L’oscurità che avvolge l’incontro col paziente può essere varcata per svelare una piccola vicenda di sé da raccontare, da condividere con l’animatrice dell’atelier: uno spiraglio di luce che rischiara qualche tratto di vita, un aggancio con la propria storia. Il paziente può trovare un limite che accoglie il suo naufragio nella malattia psichica, un contenitore che ospita una sofferenza sconfinata. Silvana Crescini ha una naturale predisposizione a misurare le proprie emozioni con quelle dei pazienti, non ha paura di tuffarsi nell’indifferenziato, sa aspettare il momento in cui qualcosa emerge, lo riconosce, talvolta lo indirizza.
I pazienti sono beneficiati nel vedere sul foglio i prodotti della loro creatività riconoscibili come tracce della manifestazione di sé e a loro volta sono affrancati dalla certezza che queste tracce non verranno utilizzate per diagnosticare la loro situazione clinica. I pensieri, le emozioni, gli impulsi del momento vengono accolti nel “vuoto della cornice” senza finalizzare tali espressioni alla ricostruzione dell’identità. I meccanismi dell’interpretazione vengono lasciati fuori dall’atelier cedendo il posto all’accoglienza e alla ricezione del fare creativo. La Crescini riesce con naturalezza a stare nei luoghi dell’altro come hanno saputo fare Erving Goffman, Sergio Piro, Eugenio Borgna.
Erving Goffman ha trattato il mondo dell’internato nelle istituzioni totali e 7 negli ospedali psichiatrici in particolare, collocandosi dalla parte del ricoverato. Presso l’ospedale St. Elizabeths a Washington ha cercato nuovi apprendimenti dal mondo dell’internato partecipando al ciclo di vita quotidiano dell’istituto, evitando privilegi, sottraendosi ai rapporti socievoli con lo staff, rinunciando alla disponibilità delle chiavi (E. Goffman, Asylum).
Sergio Piro è entrato nelle storie e nei linguaggi della schizofrenia: lo psichiatra ha approfondito i segni ambigui e indefiniti della dissoluzione semantica per ridurre l’incomprensibilità delle espressioni patologiche, ha studiato la persona malata e il contesto in cui vive ed è vissuta (S. Piro, Parole di follia).
Lo psichiatra Eugenio Borgna ci offre la sua illuminante posizione clinica quando si pone in prima persona fuori dal principio della distanza vivificante e mette fuori gioco ogni conoscenza astratta e ogni scientificità, cercando nella spontaneità e nell’immediatezza la nascita della comunicazione con il paziente schizofrenico (E. Borgna, Come se finisse il mondo).
Attraverso analoghe aperture nei confronti del malato mentale la stessa Crescini apre la via alla liberazione dell’espressività per facilitare l’incontro con un linguaggio smarrito, un linguaggio che parla del soggetto. In questa accezione il paziente “incontra la propria identità”.
Le coordinate del lavoro in atelier
I valori oggettivi che caratterizzano il lavoro in atelier di Silvana Crescini si fondano su alcune scelte che qualificano il suo intervento: – La pratica dell’accoglienza in un ambiente luminoso e rassicurante che facilita l’incontro rendendolo gradevole. I colori, e tutto il materiale necessario sono predisposti per essere facilmente utilizzati.
– La stabilità degli appuntamenti che rispettano scrupolosamente il calendario e la scansione oraria concordata – Il clima di fiducia che si basa sulle condizioni di rispetto reciproco e che vengono onorate dai partecipanti come se ognuno rispettasse un protocollo d’intesa precedentemente sottoscritto. Clima favorevole alla produzione creativa in quanto restituisce un’atmosfera di serenità al lavoro che ogni singolo svolge.
– Le condizioni di libera scelta inducono il paziente a decidere la frequentazione del laboratorio; le indicazioni orientative alla partecipazione da parte dei medici non costituiscono obbligo di adesione. La libera scelta si riferisce anche alla possibilità di frequentare l’atelier senza impegnarsi nella
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realizzazione creativa; un’opportunità limitata nel tempo per evitare che il luogo si trasformi in un salotto adibito al libero incontro. – Il controllo dei momenti di crisi e delle situazioni clinicamente problematiche vengono gestite dal personale infermieristico. Esulano dalle competenze della conduttrice che in questo modo può salvaguardare l’attività dell’atelier dall’implicazione nella criticità.
– Il lavoro del singolo nel gruppo che procede in una dimensione di produzione individuale alla presenza degli altri partecipanti; aiuta a sorpassare le inibizioni in quanto costituisce un’esposizione di sé agli occhi esterni e favorisce la comunicazione.
– L ’ autonomia dell’ atelier rispetto alle altre attività realizzate all’interno dell’ O.P.G. Essendo Silvana Crescini una libera professionista, riduce i vincoli del lavoro subordinato che in un’istituzione a struttura giudiziaria sono molto forti.
– La visibilità esterna stimola la divulgazione delle opere dei pazienti e viene sostenuta dalla direzione e dell’équipe sanitaria mediante la valorizzazione dell’attività condotta nell’atelier e la garanzia di continuità.

* Il testo riprende la Presentazione fatta dalla dott.ssa Villagrossi in occasione dell’incontro con Silvana Crescini tenuto all’Università di Bologna il 1 dicembre 2004 nell’ambito degli insegnamenti di Psicologia dell’arte.

BIBLIOGRAFIA

– AAVV., Diotima, Approfittare dell’assenza, Liguori, Napoli 2002;
– AAVV., Diotima, Il profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999;
– AAVV., Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996;
– Bedoni G., Tosatti B., Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile, Mazzotta, Milano 1997;
– Borgna E., Come se finisse il mondo, Feltrinelli, Milano 2002;
– Goffman E., Asylum. Le istituzioni totali: meccanismi dell’esclusione e della violenza, Edizioni di Comunità, Treviso 2001;
– Jervis G., La conquista dell’identità, Milano 1997;
– Piro S., Parole di follia. Storie di persone e linguaggi alla ricerca del significato e del senso, Franco Angeli, Milano 1992;
– Thévoz M., Requiem pour la folie, La Différence, Paris 1995;
– Winnicott D., Gioco e realtà, Armando, Roma 1999.

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