Francesca Belgiojoso – Sessione aperta di psicodramma: un’esperienza

Francesca Belgiojoso

Sessione aperta di psicodramma: un’esperienza

Partecipare a una sessione aperta di psicodramma dà solo un’idea di cosa questo sia, è un assaggio intenso, utile magari solo a provare ad aprirsi e a capire su cosa si basa questa tecnica relativamente nuova. Gli approcci teorici sono diversi e non è il mio scopo spiegarne la varietà, ma solo raccontare della sessione a cui ho partecipato io, in cui sono capitata abbastanza casualmente, spinta dalla curiosità e aiutata da una ricerca su internet.
Il caso mi ha offerto una sessione dall’approccio moreniano, dal nome del suo ideatore Jacob Moreno, e senza saperne nulla mi sono così ritrovata, insieme ad altre dieci persone, in una stanza strana ma accogliente, un po’ simile a un teatro ma molto più piccolo. C’è posto per gli spettatori, che al tempo stesso sono parte della scena, la quale coinvolge, sì, ma senza costringere. Ricorda una camera da gioco per bambini, ma con il suo ordine perfetto evoca serietà e compostezza. Si percepisce immediatamente quel che si intende per “spazio protetto”. Lo scenario assomiglia a una camera insonorizzata, di quelle dove si può urlare a squarciagola che tanto da fuori non sentono, oppure uno di quei luoghi chiusi dove non ti puoi far male, dove tutto è rivestito di gommapiuma, e qui è soprattutto l’arredamento a evocare agio e morbidezza.
Ci sediamo all’interno di un cerchio, senza scarpe, e inizia la presentazione dei partecipanti: su indicazione del conduttore iniziamo ad aprirci agli altri, diciamo il nostro nome, perché siamo qui e che sensazione ci dà l’insolito oggetto che a turno ci troviamo ad avere in mano.
Capiamo subito che i nomi hanno molta importanza e ci impegniamo a ricordarli tutti. Documentandomi, successivamente, leggo infatti che durante la formazione di un gruppo in un luogo chiuso e raccolto, il nome del singolo assume molta importanza perché è l’unica cosa che lo contraddistingue, mentre il ruolo che normalmente ricopriamo all’interno della società rimane almeno temporaneamente in secondo piano, all’esterno.
Il conduttore ci propone ora alcuni esercizi di attivazione, camminiamo per la stanza lentamente e poi più veloce; per aumentare la confidenza tra i partecipanti dobbiamo pestare i piedi ai compagni cercando di non farli pestare a noi, segue la mosca cieca e pacche sul sedere. A questo punto la tensione iniziale si è sciolta e veniamo invitati a sdraiarci comodamente, come fossimo a casa nostra; le luci sono basse e noi, sempre chiamandoci per nome, ci passiamo la parola. Dobbiamo esprimere sensazioni e sentimenti nonché, in generale, quello che ci passa per la testa. Sempre di più siamo spinti a familiarizzare con i partecipanti a questa esperienza comune.
L’invito del conduttore ora è a dividerci in due gruppi, facendo attenzione a separare le persone che già si conoscono, che magari sono venute insieme, in quanto l’obiettivo è aprirsi agli altri. Luci basse e musica alta servono a farci parlare forte, il conduttore sottolinea infatti che questo non è un luogo dove ci si confessa, ma anzi dove le cose si dicono a tutti e a voce alta.
Il suggerimento è di fare interviste ai singoli del gruppo: quattro fanno domande a uno, domande anche private, intime, non banali ci dice, ma importanti, a cui il soggetto è comunque libero di non rispondere. Il compito è divertente, i componenti del gruppo si cimentano nell’inventare domande e al tempo stesso si esercitano ad ascoltare, la maggior parte delle risposte non sono convenzionali.
Ci si apre, si racconta quando è stata l’ultima volta che ci si è sentiti molto forti, o perché secondo noi non troviamo il fidanzato, o, ancora, qual è la persona che conosciamo meglio, o quale è la nostra più grande paura. Un quarto d’ora a testa, più o meno, in cui a volte ci si sente in imbarazzo e altre si prova piacere a parlare di sé, oppure ci si trova a pensare a qualche aspetto della propria vita per la prima volta.
Ormai i due gruppi hanno instaurato una certa confidenza al loro interno e allora il conduttore propone che venga scelta la storia che più ci ha colpito. La scelta non è facile e non c’è accordo; quando lo si trova si riaccendono le luci.
La persona scelta per la sua esperienza viene fatta sedere su una sedia al centro del cerchio, il suo gruppo è invece seduto alle spalle, mentre il gruppo che ancora non conosce la sua storia è appostato davanti a lei, per terra. Ora il compito è di raccontare come si è percepita l’esperienza dell’altro. Uno alla volta i membri del gruppo si mettono dietro al soggetto, le mani sulle sue spalle illuminati da una luce unica dall’alto che con atmosfera teatrale dà risalto alla situazione e allo stesso tempo facilita la concentrazione.
La frase inizia con “Io sono…” e il nome del soggetto prescelto; l’identificazione nell’altro viene naturale e il racconto di ognuno è diverso, perché ognuno ha colto ed è stato colpito da cose diverse, a volte legate a volte in apparente opposizione alla propria storia personale. La sensazione è molto forte e l’empatia che si riesce a provare parlando a nome di qualcun altro è indescrivibile.
Leggo poi che questa è la “Tecnica del Doppio” e deriva dalla funzione che svolge la madre nei primi mesi di vita del suo bambino. A lei è infatti richiesto di percepire e comprendere i vissuti interni del figlio interpretandoli e dando a essi una forma attraverso un’azione.
Qui siamo noi i doppi e siamo tenuti a verbalizzare i contenuti e le emozioni che il protagonista ha omesso dal suo racconto, ma che noi abbiamo percepito grazie all’empatia, quella qualità individuale che facilita la comprensione e la condivisione dei sentimenti altrui.
L’esperienza di essere il soggetto non l’ho vissuta, ma immagino sia molto forte, perché si viene raccontati dall’interno, ma con occhi esterni. Forse ci si riconosce, o forse si sentono cose nuove, sicuramente certe fanno piacere, ma non tutte, magari alcune debolezze sono state percepite e ora vengono raccontate a tutti.
Questo esercizio viene svolto dai due gruppi, così, alla fine, siamo tutti a conoscenza delle due storie e ora dobbiamo scegliere quale approfondire. Il voto è segreto, nel senso che la preferenza per l’una o l’altra storia viene espressa mettendosi in fila dietro alle spalle dei due soggetti in modo che non sappiano quante e quali persone hanno optato per una di esse.
Un solo individuo diventa quindi il protagonista per l’ultima ora della sessione, mentre il resto del gruppo funge da spettatore. Il conduttore invita il protagonista a mettersi al centro del cerchio e a vederlo come la rappresentazione della propria energia, avvalendosi eventualmente anche dell’illuminazione scenica. A questo punto alla persona viene richiesto cosa rappresentare, se per esempio la famiglia, l’ambiente lavorativo o altro, e il nostro protagonista sceglie la famiglia. Quest’ultimo deve ora segnare all’interno del cerchio e quindi in relazione a sé la posizione degli altri membri della famiglia, dando così l’indicazione di chi sente più o meno vicino a livello emozionale. Il passo successivo è quello di renderli presenti, scegliendo tra il pubblico le persone che per qualche caratteristica fisica o personale possono meglio rappresentarli. La scelta non sembra difficile dal momento che il gruppo offre una certa varietà, cosicchè uno per uno i neo componenti della famiglia vengono messi a sedere nei rispettivi posti in relazione al protagonista; il loro ruolo è ora quello di Io Ausiliari.
Il protagonista si mette dietro a ognuno e con il solito tocco delle mani sulle spalle dice una frase che loro rivolgerebbero a lui se, nella vita normale, ci fosse questo tipo di comunicazione, particolarmente diretta e sincera. Si rimette poi al suo posto al centro e ascolta quelle frasi che in teoria già conosce, ma dette direttamente dagli Ausiliari, che ormai sono i suoi familiari, sembrano ora pronunciate per la prima volta. I soggetti si sono completamente identificati nel loro ruolo e il protagonista si trova a proiettare in loro i sentimenti che realmente prova per i familiari che i membri del gruppo stanno impersonando. È probabile che sia turbato nell’ascoltare le loro frasi, ma viene invitato a non rispondere subito e a condividere con gli ascoltatori ciò che sta provando. Solo a un certo punto, una volta che i suoi sentimenti sono stati elaborati, egli è tenuto, con calma, a rispondere.
La situazione acquista una forma di semi-realtà, per cui le relazioni sono reali, ma il dialogo è ideale. L’atmosfera è raccolta, teatrale ma nello stesso tempo vera e non stupisce che fra il pubblico qualcuno abbia le lacrime agli occhi. È necessario a questo punto riferirsi alla Sociometria, uno strumento che viene utilizzato nello psicodramma per rendere visibili attraverso l’azione le relazioni sociali del protagonista.
Le rappresentazioni mentali si trovano ora, come dire, oggettivate e possono essere guardate da ogni punto di vista dando una maggior consapevolezza di sé al protagonista. Ciò si basa sulla tecnica dell’Inversione di Ruolo, espediente che permette sia di mettersi nei panni dell’altro per capire meglio ciò che egli prova, sia di guardare se stesso con gli occhi dell’altro. Tale esercizio viene definito come ‘decentramento percettivo’, nonché come percorso di auto ed etero percezione.
Un compito non facile, di cui la forza è evidente e i sentimenti verso i propri familiari, magari non inconsci, ma sicuramente mai così chiaramente pensati, vengono qui espressi e rappresentati. Ci si trova dunque ad affrontare la realtà di una situazione che può essere più o meno difficile, comunque mai perfetta.
La visualizzazione dell’imperfezione è sempre un passo avanti verso la risoluzione del problema e nonostante rimanga in sospeso l’utilità concreta di questa pratica sulla vita del protagonista, è innegabile che così facendo egli sia stato indotto alla riflessione. Probabilmente la partecipazione a una singola seduta non risolve nessun problema, ma chissà che la continuità non possa cambiare le cose…
L’ultimo compito che viene chiesto al protagonista è di mettere se stesso e i componenti della sua famiglia all’interno di un’ipotetica composizione fotografica. Deve così pensare alle vicinanze, alla postura, alla direzione degli sguardi. Egli colloca un Alter Ego al posto suo e guarda la famiglia dal di fuori, così come l’ha rappresentata. Quest’ultima viene propriamente definita la “Tecnica dello Specchio”, che è collegata alla funzione che la superficie riflettente, lo specchio appunto, svolge nella formazione dell’Io, permettendo al soggetto di vedersi dall’esterno. E così la tecnica dello psicodramma pone il protagonista al di fuori della scena che lui stesso ha costruito; l’Alter Ego lo interpreta e gli permette una visione esterna di sé.
Il protagonista ha parlato quindi delle sue relazioni e sono ora gli Ausiliari a raccontare il loro punto di vista; ci si rende conto della facilità con cui è possibile identificarsi in una storia che in fondo non è poi troppo diversa da quella di tutti noi. Ognuno infatti ha ritrovato una parte di sé o una vicinanza con l’esperienza messa in scena, e l’empatia è stata forte.
Leggo poi che anche gli Ausiliari in questo modo possono ottenere dei vantaggi terapeutici, sebbene secondari, che sono dati dall’agire secondo un ruolo che non si è scelto. Anche il gruppo di spettatori viene invitato a esprimere il proprio punto di vista: torna in gioco l’empatia e il continuo intreccio di identificazioni e proiezioni, nonché l’espressione dei vissuti durante l’attuazione dello psicodramma.
Emerge da subito, da parte dei componenti del gruppo che hanno agito come Io Ausiliari del protagonista, che l’acquisizione del ruolo è stata profonda e quindi evidente anche dall’esterno. Allo stesso tempo lo spettatore si è identificato con il protagonista e ha proiettato negli Ausiliari le caratteristiche dei familiari.
Tutti hanno parlato, dato spazio alle proprie innumerevoli possibilità di proiettarsi e identificarsi. Ora il conduttore suggerisce al gruppo di trovare un modo personale per salutarsi e, dopo un momento di incertezza comune, è il protagonista (probabilmente non è un caso) a proporre un abbraccio circolare. Poi ci si lascia, perché comunque è solo una singola sessione aperta ai curiosi, liberi o meno di continuare un percorso appena iniziato. L’esperienza è ovviamente positiva, probabilmente offre solo un’idea approssimativa dello psicodramma, ma si può immaginare la potenza che può raggiungere una volta che il gruppo si è ben formato, quando vi è fiducia fra i componenti e si presume una maggiore disponibilità e apertura di sé. Senza contare il vantaggio che deriva dall’accresciuta abilità, resa possibile dalla ripetizione dell’esercizio, ad assumere nuovi ruoli, a scambiarli, a essere empatici, a fungere da specchio e a saper ascoltare gli altri.
Tutto ciò non può che fare bene: sono qualità che usiamo costantemente nelle relazioni di tutti i giorni, ma che nessuno ci insegna; e anche la presa di coscienza delle proprie relazioni, di come si è abituati a porci verso gli altri, non può far male, né all’ambito familiare né a quello lavorativo o amicale. Allo stesso modo, quello scelto per una seduta di psicodramma è un luogo che per la sua capacità di far emergere contenuti profondi deve essere adeguatamente protetto dalla presenza di un conduttore. Il quale non può prescindere da una preparazione insieme tecnica e clinica e da una grande abilità a gestire i momenti in cui i soggetti arrivano a prendere coscienza di aspetti nascosti del Sé. Uno strumento quindi che, con il suo prediligere l’azione alla parola e basandosi sulle dinamiche di gruppo, unisce un’alta potenzialità a un forte rischio, e la potenzialità terapeutica è tutta nelle mani e nell’abilità del conduttore.

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