Sara Ugolini – À corps perdu. ABCD, une collection d’art brut

Sara Ugolini

À corps perdu. ABCD, une collection d’art brut
Pavillon des Arts, 30 avril-26 septembre 2004, Paris.

Si è conclusa da qualche giorno la mostra organizzata a Parigi presso il Pavillon des Arts dedicata all’art brut, altrimenti detta art des fous, o nella traduzione italiana, ‘arte psicopatologica’. Il titolo della mostra, À corps perdu. ABCD, une collection d’art brut fa riferimento alla collezione a cui appartengono le opere esposte. ABCD (Art Brut Connaissance & Diffusion) è una associazione creata nel 1999 con lo scopo di stimolare lo studio, la ricerca e la diffusione dell’art brut attraverso mostre, pubblicazioni e produzioni audiovisive. Il fondatore è Bruno Decharme, regista e proprietario della collezione, ma l’associazione riunisce anche storici dell’arte, psicoanalisti, psichiatri, collezionisti, scrittori e semplici appassionati, che assicurano, promuovendolo, un approccio interdisciplinare alla materia. È di questo aspetto, cioè della diversità di sguardi e di intenti che confluiscono in un’opera brut, più che della nascita e delle vicende del fenomeno, già altrimenti note, che vorremmo per un attimo occuparci. Il catalogo della mostra (Paris-Musées, Paris 2004) di per sé dà credito a diverse prospettive d’analisi, includendo tra i contributi che vi compaiono un’intervista a Béatrice Steiner, uno dei membri di ABCD, oltre che coordinatrice della Société Française de Psychopathologie de l’Expression et d’Art Thérapie e due testi di Barbara Safarova e Jean-Louis Lanoux, rispettivamente ricercatrice universitaria e saggista.
La mostra stimola diverse domande. Viene spontaneo chiedersi per esempio se il visitatore, almeno sommariamente informato sulla natura dei lavori che andrà ad osservare, ne risulti in qualche modo condizionato, se quindi, detto in altri termini, la conoscenza preventiva del tipo di materiale esposto influenzi o meno la sua ricezione. Verrebbe da pensare, da un lato, che uno spazio normalmente riservato a opere d’arte diciamo ‘tradizionali’, come può essere le Pavillon des Arts, renda meno connotata la visione rispetto ad esempio un atelier o un istituto psichiatrico. La scelta ripetuta di sedi espositive legate all’arte ‘ufficiale’, alla lunga, dovrebbe infatti contribuire, in un certo senso a normalizzare l’art brut. D’altro canto non è da escludere che la specificità del materiale esorti comunque, indipendentemente dal luogo in cui viene presentato, un impatto controllato, una sorta di atteggiamento pseudo clinico che fa sì che ogni opera, prima che per ottenere una gratificazione estetica, venga scrutata alla ricerca di un qualche segno distintivo della malattia. Rimane il fatto che queste opere, per la condizione e il contesto in cui vengono realizzate, vanno incontro e presumibilmente già in passato sono state oggetto di una fruizione diversificata e più complessa rispetto alle creazioni artistiche ‘normali’. Bisogna ricordare che nell’ottica strettamente psichiatrica l’opera del malato è sostanzialmente un sintomo, una forma espressiva che come il linguaggio, la postura e altre manifestazioni psicofisiche, ha un valore diagnostico, e quindi va interpretata. Come racconta Béatrice Steiner, di fronte a questi lavori “lo psichiatra cerca dei segni (dei sintomi grafici) da porre in relazione alla clinica. Si descrive l’oggetto di studio che si ha davanti come una ‘realtà’. I segni sono ‘anomalie’, per cui lo sguardo psichiatrico alimenta una lettura deficitaria di queste opere che, anche se è animata dalle migliori intenzioni, per alcuni rimane una visione peggiorativa”. Lo psichiatra quindi considera l’opera, che sia grafica, pittorica oppure un oggetto plastico, come un documento del quale servirsi per giungere alla comprensione di stati psichici alterati. Lo sguardo clinico di conseguenza non si sofferma sull’eventuale valore estetico del lavoro ma mira all’oggettività, alla scientificità, così da risultare inconciliabile per esempio con quello del critico d’arte. Quest’ultimo infatti, posto di fronte all’opera, non solo è tenuto a esprimersi in base al proprio coinvolgimento soggettivo, ma si trova anche a fare i conti, nel momento in cui propone il suo giudizio, con fenomeni contingenti come possono essere le oscillazioni del gusto e le esigenze del mercato artistico. Le vicende storiche dell’art brut fanno però presente che sono stati proprio gli psichiatri i primi a impegnarsi nell’analisi stilistica di tali opere, anche se con lo scopo, come si è già detto, di mettere in relazione determinate scelte espressive con la fenomenologia psicopatologica. Hans Prinzhorn, per esempio, a cui si deve la creazione, intorno ai primi anni venti del Novecento, presso la clinica tedesca di Heidelberg, di una delle più importanti collezioni di art brut, contribuì in maniera decisiva a riconoscere un valore artistico a queste opere, non soltanto raccogliendole e preservandole, ma ritenendo che i criteri artistici e non sintomatologici dovessero improntare la loro lettura.
Non ci si deve però far trarre in inganno dall’applicazione di regole e tavole nosografiche da parte degli psichiatri, e pensare per esempio che per un occhio debitamente educato, l’opera di per sé, non contestualizzata, cioè svincolata dalle modalità della sua realizzazione e dalle diverse manifestazioni del paziente, sia in grado di rivelare, immediatamente e in maniera equivocabile, la traccia della patologia. Non esistono infatti caratteristiche stilistiche comuni nella produzione brut che rendano senz’altro possibile distinguere in qualche modo le opere dei malati di mente da quelle di persone ‘normali’. Le prime, oltre ad accomunarsi per il fatto di non prevedere una finalità comunicativa e sociale, sembrano avere infatti come unico punto di contatto la mancanza di riferimenti a codici e soluzioni iconografiche prestabilite. (“Gli artisti brut creano in base ad un proprio percorso interiore che non ha niente a che fare con il tentativo di apprendere e integrarsi a una corrente precisa”, ricorda la Steiner.)
I dubbi che vengono sollevati dalla questione dell’approccio più adeguato a un’opera brut, si ripropongono anche in relazione all’artista-paziente e al valore che l’attività creativa assume in una situazione di disagio psicologico. L’effettiva disponibilità e valorizzazione della produzione di chi è malato, assieme all’idea, ormai consolidata, di una terapeuticità intrinseca all’attività creativa, si trovano infatti a confrontarsi, senza potersi però conciliare, sia con i rischi di uno sfruttamento commerciale dovuto alla circolazione sempre più estesa dell’art brut, sia con la possibilità di una produzione funzionale alla malattia, dove l’arte ha come scopo la costruzione di una nuova realtà per chi ha deciso di tagliare i ponti con quella scomoda e ostile del mondo.
Per ulteriori informazioni sull’associazione ABCD si consulti il sito.

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